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dal gruppo
donne-così (febbraio
2006)
DEUS
CARITAS EST
Un commento attraverso la lettura
di una mistica: Angela Volpini*
Ausilia Riggi
Entrare
in se stessi - Esigenza mistica
Leggere la "Deus Caritas est" senza entrare in sintonia spirituale
col sentire mistico del Papa sarebbe come mettersi di fronte ad un capolavoro
d'arte senza il coinvolgimento proprio di chi ha lo sguardo illuminato
da un'interiore visione. Basilare è l'invito ad "entrare in
se stessi", e cioè a percorrere le tracce di Dio impresse
nel profondo, in uno spazio mistico dove l'essere umano e l'Essere di
Dio si incontrano, e si riconoscono nella sostanza dell'amore. E questa
è integra perché propria di Dio, e come tale comunicata
all'uomo. Come afferma sant'Agostino, "se vedi la carità,
vedi la Trinità"; "Dio è più intimo a me
di quanto io lo sia a me stesso".
La fede che accompagna il cammino verso tale Fonte, lungi dall'avere i
connotati di limitanti obbligazioni, va vissuta come risposta a Dio, che
vuol farci entrare nel circolo del suo amore; fede non volontaristica,
e quindi più mistica che etica, perché è "visione-comprensione
capace di trasformare la nostra vita"; e perché dà
"un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine
a cui tutto il nostro essere tende".
Le citazioni bibliche riportate nell'enciclica confermano questa impostazione.
Come quando Osea fa dire a Dio: "Il mio cuore si commuove dentro
di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore
della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché
sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te " (Os 11, 8-9).
Antropologia
dell'integralità
L'immagine dell'amore di Dio evocata dal papa è densa di significati,
non ultimo quella che Lo mostra appassionato per il suo popolo. Infatti
il suo è un amore che perdona; "talmente grande da rivolgere
Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia".
Questa frase non deve trarre in inganno. Il Dio che "si rivolge contro
se stesso" non richiama il concetto di colpa e del conseguente castigo.
E' detto esplicitamente: "nel racconto biblico non si parla di punizione";
è da superare "l'idea che l'uomo sia in qualche modo incompleto,
costituzionalmente in cammino per trovare nell'altro la parte integrante
per la sua interezza". La persona non è, per se stessa, dimidiata;
è alla ricerca dell'altro per sovrabbondanza, in vista di una perfezione
nell'amore, da conquistare per scelta. "Spirito e materia si compenetrano
a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà".
Amore è il salire e scendere della scala di Giacobbe; l'entrare
di Mosè nella tenda sacra e l'uscire per essere a disposizione
del suo popolo; il trovarsi senza mai finire di cercarsi del Cantico dei
cantici; in sintesi l'introdursi nella circolarità della com-unione
che tutti e tutto trascina nell'abisso dell'Amore infinito. Dunque il
Dio che "si rivolge contro se stesso" ama tanto l'uomo da non
curare la Sua autosufficienza (come rileva la teologia dell''impotenza
di Dio'), da far prevalere in Sé l'aspetto benevolo fino a contraddire
altri (aspetti), propri del Suo Essere.
La maturazione culturale e spirituale di un'antropologia dell'integralità
della persona permette al dotto teologo Ratzinger, non solo di inquadrare
la ragion d'essere dell'amore umano nel complessivo disegno della creazione
e della redenzione, ma anche di affermare l'uni-dualità umana,
non scomponibile in due mondi divergenti, quasi che l'uno fosse appartenente
alla materia e l'altro allo spirito. Attraverso questo modo di concepire
la persona, egli può parlare di un "tutto della libertà
della nostra esistenza", di potenze "integrate" nella "totalità
del nostro essere".
Sostanza
divino-umana dell'amore
Alcuni commentatori vedono nel quadro di riferimento, di cui sopra, il
declinare della trascendenza nell'immanenza. Un pensiero laico, questo
(a cui fa riferimento, ad esempio, E. Scalfari nel suo editoriale sull'enciclica),
che non coglie il vero senso del divino nell'umano.
Cerchiamo allora di leggere in profondità:
"Non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare:
è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno
parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità,
l'uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l'amore - l'eros
- può maturare fino alla sua vera grandezza".
La diversità tra Creatore e creatura percorre il terreno della
somiglianza nella diversità: il vero Dio ama l'uomo, e il vero
uomo ama alla maniera di Dio. La reciprocità anima un rapporto,
un interscambio, che tende ad una non-acquietante unificazione; che non
consiste in "un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo
del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi - Dio
e l'uomo - restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa
sola: 'Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito', dice san
Paolo" (1 Cor 6, 17)".
La persona 'unificata' realizza se stessa pienamente; le sue facoltà
si potenziano nell'atto di convergere nel flusso di un amore sempre nuovo
perché in perenne creazione. Anche "la fede non si giustappone
alla ragione quando questa ha fatto il suo corso, ma la aiuta ad essere
più pienamente se stessa".
Bisogna coniugare l'eros pagano (che, nel cercare l'ebbrezza della divinizzazione,
si disperde nell'effimera estasi dell'istante) e l'agape cristiana (che
si dona senza sapersi ritrovare nell'altro). Ciò può avvenire
attraverso un processo di purificazione, che non vuole "la cancellazione
dell'eros, ma la sua conversione, la sua trascrizione dentro il cammino
circolare tra eros e agape". L'uomo, nello scambio amoroso, è
in una posizione paritetica; sceglie di amare Dio, come Dio sceglie di
amare lui.
Anche la società umana è chiamata ad una progressiva unificazione,
"che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola,
fino a che, alla fine, Dio sia "tutto in tutti" (1 Cor 15, 28).
Ne risulta un'idea di umanità affratellata in un progetto utopico,
verso cui indirizzare ogni impegno storico.
Per illustrare questi principi la seconda parte dell'enciclica si occupa
del compito della chiesa di servizio all'umanità. Nessun impegno
politico e nessun tipo di professionalizzazione può esaurire la
carica dirompente di un amore concreto, assiduo, quotidiano, che attinge
la sua dinamis alla consapevolezza di dover dare continuità alla
creazione.
L'Archetipo dell'amore uomo-donna
Ratzinger sostiene con tanta forza l'unità profonda dell'amore
da negare piena dignità ad un amore che fosse puramente spirituale.
Qui egli ci stupisce davvero. Ma forse vuol dare il giusto risalto alla
concretezza dell'amore, e perciò corregge preventivamente un possibile
fraintendimento: non c'è amore se non sono coinvolte tutte le potenzialità
umane, sensibili e spirituali.
Ad illustrare adeguatamente questa idea, Ratzinger ci mette di fronte
ad un'altra considerazione, anch'essa, apparentemente, paradossale. Il
matrimonio unico e indissolubile è archetipo dello stesso amore
divino.
Forse nei momenti in cui non ci lasciamo illuminare sufficientemente dalla
Fede, possono sembrarci duri, rigidi, lontani dalla pietas, gli argini
che la Chiesa ha sempre posto attorno all'amore, perché sia totale
e definitivo. Ed è facile chiedersi: come pretendere tanto, quando
i pesi terreni sono insopportabili? Come può, il matrimonio monogamico,
resistere in situazioni laceranti?
La risposta è disseminata in tutta l'enciclica: è nel senso
di una trascendenza che anima l'immanenza .
L'unicità dell'amore è tutt'altro che imprigionamento e
decurtazione delle possibilità espansive del cuore umano. E' purificazione
dell'amore che apprende giorno dopo giorno il modo di rinnovarsi. La fede
biblica "accetta tutto l'uomo intervenendo nella sua ricerca di amore
per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni".
Supporre un amore che restringe e costringe il desiderio è miopia
progressiva che può portare alla cecità assoluta. La dilatazione
del cuore non nasce dai limiti, ma dalla purificazione che attraverso
di essi si ottiene. L'amore unico è quello di "un cuore che
vede". Vede questo/a compagno/a di vita (ma anche questa situazione
intollerabile) con lo sguardo profondo, attraversato da una luce misteriosa.
Il terreno che accoglie il seme - di una visione 'altra' - è la
pista necessariamente ben salda, che può dare slancio al volo.
Il sentimento ferito che lo rendesse scivoloso, farebbe perdere di vista
la mira alta, che sprona ad un traguardo di pienezza. Qui ed ora.
L'identità tra luce e amore, che è paradigma ricorrente
nell'enciclica, è il vedere messo in relazione al cuore. Se questo
ama, si illumina la visione dell'Invisibile, nascosto ma presente integralmente
nel volto dell'altro.
* Quanto
ho appreso dalla lettura di questa mistica mi ha fatto capire in profondità
l'enciclica. Vi ho trovato integralmente il contenuto ispirato che lei
ha comunicato e continua a comunicare. Vedi il libro "Fedeltà
alla terra" Armando ed., Roma 2006.
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