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Dogana n. 93, giugno 2010 Bello o brutto il suo nome è femminismo
Da
Guardare indietro rubrica di Vita Cosentino A sorpresa, il nome
femminismo è comparso sulla grande stampa, forse con l'intento di liquidarlo,
di decretarne il fallimento. Ma di fatto non è andata così e così
non vuole andare. Con il tempo quel nome in sé non bello si conferma essere
il nome di qualcosa che è accaduto effettivamente. Nell'apertura di questo
numero lo testimonia un uomo di seconda o terza generazione, che lo ha scoperto
e vuole tenere fermo quel nome. Dice: Ora, io sento che la mia fedeltà
a quell'evento, ha un suo elemento anche nella cura del nome, brutto o bello che
sia, con cui quell'evento si è inizialmente nominato. Il femminismo ha
cambiato le cose.
Da
Bello o brutto, il suo nome è femminismo di Riccardo Fanciullacci Stanchi
dell'arroganza e della lussuria del loro re Gilgamesh, i cittadini di Uruk invocano
l'aiuto degli dei i quali modellano con la creta Enkidu, un uomo altrettanto forte,
ma selvaggio: "Aspro era il suo corpo coperto di pelo arruffato. Era ignaro
dell'umanità, nulla sapeva della terra coltivata. Enkidu si pasceva d'erba
sulle colline assieme alle gazzelle, dell'acqua gioiva in compagnia dei branchi
di animali selvatici". L'educazione e l'umanizzazione di Enkidu è
affidata a una "donna di piacere" che gli insegna a "mormorare
amore" e l'impossibilità per lui di trovare la sua misura nella vita
giusta per gli animali. "Così fece ritorno, si sedette ai piedi della
donna e ascoltò attentamente quanto ella gli disse: "Saggio sei, o
Enkidu. Perché vorresti scorazzare sulle colline assieme alle bestie? Vieni
con me". Egli ascoltò le sue parole con attenzione, buoni erano i
suoi consigli. Ella divise in due le proprie vesti, con una metà rivestì
lui, con l'altra metà se stessa e tenendolo per mano lo condusse come un
bambino agli ovili, alle tende dei pastori. Lì davanti a lui posero del
pane, ma Enkidu sapeva solo suggere il latte degli animali selvatici. Annaspò
maldestro, stette a bocca aperta e non sapeva cosa fare. Da
È nella notte scura che le stelle brillano di più di Marina
Terragni Il femminismo è morto: fino a qualche tempo fa bastava
questo, e poi magari provare volenterosamente a "uscire dal silenzio".
Adesso non basta più. Il femminismo oltre a essere morto e stecchito, non
è servito niente: si deve dire questo. Anche da vivo era del tutto inutile.
Prossimo probabile step, un franco negazionismo: non è che il femminismo
sia morto, o che sia stato inutile; è che non è mai esistito, punto
e basta. Le teoriche professioniste del fallimento (è stato tutto sbagliato,
si stava meglio quando si stava peggio, siamo meno libere e più sole, ci
è andata proprio male, siamo messe come in Afghanistan, e via via, con
tutto il ricco catalogo delle disgrazie, da Susanna Tamaro a Nadia Urbinati) hanno
molto mercato. Scrivono libri, stanno sulle prime pagine, fanno business, tengono
corsi aziendali di tutoring e mentoring per le donne, sono consulenti degli enti
locali per le pari opportunità. Costrette a piagnucolare, se si vuole
campare. Ad alimentare una vulgata vittimistica che ha molta presa. A dire che
se sei donna, sei necessariamente piena di problemi. Anzi, forse sei il problema
(la vecchia cara questione, se vi suona più familiare). Che devi considerarti
già molto fortunata con il tuo minimo paritario, la tua casetta, il tuo
lavoretto. Non farti illusioni, gli orizzonti grandi non sono per te. Da
Il triangolo donne, capitale e Lega di Luisa Muraro Dopo le vittorie
regionali della Lega (centrodestra), tra gli sconfitti questo fu l'imperativo:
bisogna ripartire, punto esclamativo, seguito da: ma da dove, doppio punto di
domanda. Nella hit parade delle risposte, una è sempre stata in testa:
dal territorio. Cioè dai piedi. Io avrei detto il contrario: dalla testa,
intesa come materia grigia. Troppo spesso ci si dimentica di pensare. Prendiamo
l'episodio di Adro, provincia di Brescia. Un giorno di aprile, il sindaco leghista
decide di escludere dalla mensa scolastica i bambini di genitori morosi, cioè
in ritardo con il pagamento, al che segue un certo clamore massmediatico cui segue
il gesto di un ricco di origini povere, uomo di destra, il quale versa una somma
cospicua per pagare la mensa ai poveri e scrive una lettera di retorica ben calibrata
che entusiasma l'opinione pubblica ben pensante (cioè di centrosinistra).
Ma ecco che le madri non morose protestano: non bisogna incoraggiare quelli che
non pagano, non pagheremo più neanche noi. Fermiamoci qui. Questa storia
è un paradigma del nostro tempo. Collocata in un orizzonte più ampio,
la capiamo, e viceversa, essa ci fa capire quello che sta capitando in generale.
Da
Uomini che piacciono alle donne: Vendola e Berlusconi di Mariangela Mianiti Quando
Via Dogana mi ha chiesto questo articolo è partita dal titolo. Ho subito
pensato che il doppio senso era solo apparente, non tanto perché Vendola
è dichiaratamente gay e Berlusconi dichiaratemente macho, ma perché
la distanza fra loro è così siderale che quel titolo può
alludere solo al loro modo di fare politica, di intendere il potere e quindi di
essere uomini pubblici. Vendola e Berlusconi piacciono alle donne. Ma perché?
Probabilmente sia alcune vendoliane che berlusconinane giudicheranno sacrilego
l'accostamento, ma i fenomeni esistono per essere indagati. Tifo Vendola e
ovviamente l'ho detto alle berlusconinane che ho contattato e cioè Michaela
Biancofiore, deputata pdl del Trentino Alto Adige, 29 anni, imprenditrice del
wellness, e Francesca Pascale, napoletana, 24 anni e fra le promotrici del movimento
"Meno male che Silvio c'è". Da
Cogliere il reale che cambia senza rinnegare il passato di Pasqua Teora Il
sopraggiungere della morte del patriarcato (che ha disseminato di sé fantasmi
ovunque) e il dilagare dell'ossessione consumistica (che pare esserne luccicante
surrogato), ci spinge a sovrapporre il rapporto di uso e consumo che abbiamo imparato
ad intrattenere con le merci, al rapporto interpersonale che, per funzionare,
richiede ben altra attenzione, per esempio consapevolezza ed empatia. Per questo
e per numerosi altri fattori tra donne e uomini sono aumentati in maniera esponenziale
incomunicabilità, lontananza e solitudine, provocando il dilagare di forme
depressive, ipocondriache, paranoiche e di generica sfiducia in se stessi e nel
mondo. Il problema è molto complesso, lo so bene, ma se mi soffermo sullo
stile di relazione che viene comunemente agito tra le persone, è possibile
vedere che, tra la maggior parte delle coppie che non hanno funzionato e non funzionano,
così come in molti ambiti, sia organizzativi che politici, è il
meta-modello relazionale della contrapposizione e della simmetria che spicca e,
imperandovi, ne favorisce la crisi e la dissoluzione del bene preesistente. Da
Donne senza uomini di Shirin Neshat di Antonella Fimiani In Donne
senza uomini, primo lungometraggio della visual artist iraniana Shrin Neshat,
la potenza simbolica dell'immagine si impone fin dall'inizio come protagonista
assoluta. A catturare l'attenzione non è infatti la sceneggiatura del film
ma la poesia delle metafore visive che si susseguono sullo schermo. L'occhio fotografico
della Neshat, celebre per i suoi ritratti di donne iraniane, costringe a rinunciare
alla potenza rassicurante della parola e affida all'esperienza emozionale della
forma. Volti di donne prendono vita nella Teheran nella calda estate del 1953.
Il primo è quello di Munis il cui sguardo estatico fissa una esistenza
senza senso a cui ha deciso di porre fine. La sua figura librata nel vuoto in
un'atmosfera rarefatta e senza tempo cristallizza la condizione di una donna il
cui asservimento al giogo maschile porta con sé i tratti di una dittatura
ancestrale. Il suicido è per la donna, attivista politica osteggiata da
una famiglia tradizionalista, l'ultimo estremo atto di ribellione ad una società
che la vorrebbe schiava nell'anima e nel corpo. La Teheran di allora non è
diversa da quella di oggi in cui la violenza e la dittatura continuano a imporsi
senza tregua. Nell'agosto del 1953 accade un evento destinato a segnare uno spartiacque
nella storia del Paese. Il golpe organizzato dalla Cia per riportare al trono
lo Shah mette fine alla parentesi democratica di Mohammed Mossadegh e al sogno
di un Iran libero. Da
L'autorità del diritto e l'imprevisto femminile: un dialogo con pause?
di Lola Santos La fine del patriarcato in ognuna di noi avviene in modo
differente e credo anche progressivo. Tante volte ho creduto di essere quasi alla
fine della strada e mi sono resa conto che ci sono dei passaggi ancora non fatti
e non facili da fare. So che vuol dire sperimentare quel magico effetto che si
produce quando una donna allontana il nemico e le si apre uno spazio dell'essere
nel quale c'è posto per la libertà (María Milagros Rivera
Garretas). L'ho vissuta anch'io la fine del patriarcato. È una prima mossa
radicale, è una schivata. La sensazione è reale, è bellissima,
di liberazione. Allora si può fare? Si diventa leggera e per la prima volta
si sente di avere autorità, tanta autorità. Come se all'improvviso
ognuna di noi fosse depositaria dell'autorità rubata da millenni dal padre
a tutte le madri, a tutte le donne. Riconosci e senti autorità femminile
intorno a te: la madre, le sorelle, le amiche, le colleghe
scopri nelle
altre donne la sproporzione e la grandezza femminili oscurate da millenni.
******************** Pausa Lavoro
*************** "Tirate
fuori i bisonti che sono dentro di noi. Siamo donne, non è da tutti"* Parole
e pratiche antidepressive per non farsi mettere in ginocchio dalla crisi *Messaggio
letto in piazza a Gualtieri (Reggio Emilia) da donne di Sinistra e Libertà
durante una recente iniziativa su "la violenza della crisi" Faccio
l'operaia alla Tecnogas con sede in Gualtieri, siamo in cassa straordinaria da
circa un anno, prospettive concrete non ne vedo. Sarà ancora lunga la battaglia
sindacale: io non ne so tanto, ma di sicuro so che psicologicamente questa crisi
ha cercato di mettermi in ginocchio. Sono stata così per qualche giorno
dopo di che, vedendo mio marito messo peggio di me, ho reagito. Sì, ho
tirato fuori quella forza che noi donne abbiamo, ho gridato con tanta rabbia che
non mi lascerò sconfiggere, che la mia già precaria salute non la
do in pasto alla disperazione. Mi sono poi chiesta: ma come farò? Da dove
comincerò? Poi la luce: dai detersivi, compro quelli più economici.
Ma per mangiare non posso usare i detersivi, e la frutta e la verdura che ci dicono
di mangiare tutti i giorni per la salute, costano un occhio. La carne e il pesce
fanno a gara pure loro. Posso scegliere le ali di pollo, anche quella brutta gallina
biancastra che costa poco e la snobbano tutti. La cosa terribile è che
la cinghia la devo stringere in tutto: cibo, detersivi, vestiti. In fondo se ci
dobbiamo grattare siamo esperti. Ci grattiamo le tasche vuote, i frigo vuoti,
il vuoto pure nell'animo perché se lo lasciamo riempirsi ci fa male. Cerchiamo
di dimenticare almeno per un giorno, ci diamo da fare minuto per minuto sul concreto
e gioiamo alla sera: ce l'ho fatta pure oggi. Pensieri
che resistono, pensieri che sanno trasformare A Carrara, cresce
la "fabbrica che pensa" "Vicino
a ogni officina centrale di montaggio dovrebbe trovarsi un'università operaia
" Simone
Weil Margherita Dogliani ha l'aria di una che non si accontenta. "Non
mi basta una vita in cui lavoro e penso a me. Ho bisogno di confini più
grandi." Parla misurando le parole, a un ritmo che si sente dettato dal profondo.
Non si è accontentata della fabbrica profumata di biscotti che possiede
insieme ai fratelli, a Carrara. E ha incominciato a pensare che c'era bisogno
di costruire relazioni vere in azienda, costruire la possibilità di fare
e crescere insieme, lei e le lavoratrici: "la prima che si doveva aprire
ero io. Quindi aprire le porte dell'azienda". Finché un giorno, ferma
nel parcheggio della fabbrica, vede quello che può e vuole fare. E subito
lo dice a Simonetta che lavora con lei. Nascono così nell'estate del 2005
gli Incontri in fabbrica, rassegna pubblica di arte, cultura, politica, ospitata
proprio lì nell'area parcheggio, frequentata di anno in anno da numeri
crescenti di spettatrici e spettatori. Titolo della rassegna è "Donna
Anima e Corpo", perché ha come interesse prioritario offrire in primo
luogo alle donne che lavorano alla Dogliani, alle quali resta poco tempo e denaro
per se stesse, la possibilità di conoscere libri dibattiti teatro. E il
coinvolgimento cresce, tanto che nell'ultima edizione ogni serata è stata
presentata da una lavoratrice del biscottificio.
Lavoro
necessario per vivere e contabilità nazionale Tutti viviamo
di un mix di lavoro retribuito, di servizi e di lavoro familiare: è la
composizione tra i tre che fa la differenza. Sono
usciti recentemente due libri interessanti: L'Italia fatta in casa di Alberto.Alesina
e Andrea Ichino (Mondadori 2009) e Il sacco del Nord - Saggio sulla giustizia
territoriale in Italia di Luca Ricolfi, (Guerini 2010). Entrambi i testi
lavorano sulle "zone cieche" nel Pil (Prodotto interno lordo). Il
primo affronta l'invisibilità del lavoro domestico nelle contabilità
nazionali, e ne tenta una stima economica comparata tra l'Italia e diversi paesi
occidentali, basandosi su dati dei bilanci-tempo. Il secondo, più complesso,
propone uno schema alternativo di contabilità nazionale, tale da rendere
visibile e misurabile il grado di "equità territoriale" in Italia.
Lo schema attuale del Pil - sostiene infatti Ricolfi - non distingue tra redditi
primari e redditi derivati, né include indicatori sull'output effettivo
della spesa pubblica, sull'evasione fiscale, sul lavoro sommerso, sul livello
dei prezzi nei diversi territori del paese. Tutte misure essenziali per valutare
l'ineguale produzione e redistribuzione della ricchezza in Italia, e tanto più
necessarie in vista dell'applicazione del federalismo fiscale.
*****************
La pausa è finita ************** Da
Accade adesso. La Labodif di Gianna e Giò di Gianna Mazzini Giò,
economista, dirigeva un istituto di ricerche, aveva riconoscimenti e guadagnava
molti soldi. Da dieci anni ci occupavamo di differenza con un gruppo di donne.
Io lavoravo come regista con successi e apprezzamenti. Abbiamo toccato entrambe
il limite dei nostri mestieri, e quando è successo, entrambe abbiamo scorto
che la differenza poteva spingerci oltre. Proprio in quel periodo Giò,
che aveva sempre scelto la strada della libera professione, riceve un'offerta
lusinghiera: assunzione con incarico e stipendio straordinari. Ne parliamo. Lei
mi dice, una volta di più, di come sia faticoso vivere mettendo le proprie
energie e le proprie capacità al servizio di qualcosa che non ti appartiene
né ti appaga. So di cosa parla, anche se per me è più
facile ritagliarmi spazi di espressione anche quando lavoro a progetti distanti
da me. Lo sguardo è il mio e non sento di fare grandi compromessi. Giò
decide di dire no a quell'offerta: "Mi guardavano sbigottiti", racconta.
Il presidente e l'amministratore delegato della società per cui lavora,
che ripetono la proposta con particolare accento sulle cifre e sulla garanzia
di un futuro saldo e inamovibile. Lei risponde: "Io ho un desiderio".
E loro: "Quanto ti serve per realizzarlo?"
LETTERE
E INTERVENTI: Chiara Zamboni, Daniela Carafa, Maurizio Giannangeli, Roberta
Morgante, Laura Milani, Mirella Clausi, Anna Di Salvo e Franca Fortunato Da
Ogni passo verso l'origine è anche un avvicinarsi al silenzio di
Anna Maria Robustelli Sono la donna di Chardin che
spicca di luce riflessa indurita dalla necessità di essere comune. Eavan
Boland La
donna in cui sembra identificarsi la famosa poeta irlandese non ha posto nella
tradizione poetica del suo paese, dove i termini woman e poet sorgono
e coesistono come termini di contrasto. La donna è un oggetto nella poesia
tradizionale, identificandosi per lo più con l'idea di nazione e subendo
- come questa - un processo di semplificazione e di impoverimento. La donna è
stata storicamente un soggetto invisibile e il poeta - il bardo - è stato
un soggetto maschile che ricopriva potere. Quando la donna diventa soggetto nella
poesia degli ultimi decenni scritta da donne, si trova ad affrontare problemi
di prospettiva storica, perché non può contare su una tradizione
che l'abbia nominata nella sua vera essenza. Eavan Boland, una delle più
significative poete irlandesi contemporanee, racconta la scoperta di questo disagio
nel saggio Object Lessons. Da
Proclamiamo Anno margheritiano il 2010 di Alessia Vallarsa Il 1°
giugno del 1310, ossia settecento anni fa, a Parigi, in place de Grève,
davanti al palazzo del comune, moriva al rogo Margherita Porete; con lei bruciava
anche il suo libro, il Miroir des simples ames. Questo suo libro le aveva
già dato dei problemi, come alcuni anni prima quando il vescovo di Cambrai
Guido da Colmieu lo aveva bruciato pubblicamente e aveva espresso alla sua autrice
il divieto di divulgarlo e di leggerlo ad altri. Eppure l'opera era stata approvata
da tre uomini di chiesa, un francescano, un cistercense ed un teologo parigino.
Le cronache riferiscono che Margherita era una beghina. Con questa parola si indicavano,
in quel tempo, quelle donne che praticavano una forma di vita a metà tra
l'essere religiose in senso stretto e l'essere laiche: donne che non abbracciavano
una delle regole ufficialmente approvate dalla chiesa e non pronunciavano voti;
presenti nel mondo, curanti della propria sussistenza, conducevano una vita spirituale.
Pare che in origine la parola "beghina" sia stata un epiteto negativo,
dal sapore eretico, indicante il sospetto con il quale si guardava a queste donne.
Da
Quale felicità? La scuola estiva di Lecce programma del seminario
che si terrà a Lecce 06-10 settembre 2010 - Organizzata in collaborazione
con la Comunità delle Benedettine di Lecce
Da
The Mothers of Us All: Betty Friedan a cura di Simonetta Patanè
Questa pagina non è una rubrica, è
piuttosto uno spazio dove reinterroghiamo i testi di alcune donne che hanno pensato
prima di noi, con noi, e i cui libri non sono più in commercio. È
un'indicazione di lettura che ci aiuta a tenere lo sguardo sul presente, sapendo
il grande orizzonte in cui possiamo collocare la nostra domanda di senso. Una
breve scheda con un libero commento, per continuare a pensare il cambiamento,
senza dimenticare. Fateci sapere se vi piace, vi serve, vi interessa. Liliana
Rampello La
mistica della femminilità di Betty Friedan, uscito nel 1963, ha per
tema qualcosa che oggi è arcinoto. La figura della donna "moglie-madre-casalinga"
è, infatti, talmente diffusa nell'immaginario da apparire una sorta di
archetipo. L'abbiamo vista nei film hollywoodiani degli anni Cinquanta e la ritroviamo
nei telefilm contemporanei: chi non la riconosce nel personaggio di Brie Van de
Kamp delle Desperates housewives? Look impeccabile in qualsiasi situazione,
mai un capello fuori posto, scarpe e accessori perfettamente abbinati nell'imprescindibile
colore pastello, grembiulino immacolato mentre è intenta a cucinare succulenti
manicaretti per il marito e la famiglia, disposta a ogni sacrificio e a ogni bassezza
per spianare ai figli la strada del successo. Proprio quell'aggettivo desperates
sta a indicare che, grazie a libri come questo, la mistica è stata
demistificata e il retroscena della felicità senza incrinature della casalinga
perfetta è stato svelato. Rileggere oggi questo testo è innanzitutto
l'occasione per ricordarci che questa immagine non è un archetipo dell'inconscio
collettivo ma una costruzione ideologica che ha modificato, distorto, manipolato
la coscienza e l'intera vita reale delle donne della società americana
e di riflesso anche di quella europea, tra gli anni Quaranta e gli anni Sessanta
del XX secolo.
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